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Come un polipo sullo scoglio

In questo periodo sono immersa nei ricordi e credo che non mi facciano proprio bene.

Stanno sbattendo la mia anima a destra e a manca letteralmente come si fa con il polipo su di uno scoglio per farlo ammorbidire prima di servirlo con le patate.

Complice un filmato di famiglia ritrovato, delle foto che non riguardavo da molto e questo tempo di pandemia che non mi permette di vedere mia madre come e quanto vorrei.

Certo, la sento per fortuna quasi tutti i giorni e so che in questo momento è nel posto migliore in assoluto per stare al sicuro, ma la razionalità non aiuta più.

Un anno fa dicevo che la prima cosa che avrei fatto, finita la pandemia, era quella di andare a riabbracciare mia madre.

Sono passati dodici mesi e mia madre non l’ho ancora riabbracciata.

Mai un contatto fisico, mai una carezza.

E anche se lei è su di una sedia a rotelle e non può camminare, prima della pandemia era bellissimo appoggiare la mia testa sulle sue ginocchia e farmi accarezzare i capelli.

Sì, anche a quasi cinquant’anni.

Piaceva a lei e piaceva a me.

Di solito sono una persona paziente, molto paziente, ma ora sta diventando tutto pesante, tutto più faticoso del solito, e non capisco se sono io ad essere meno tollerante o se semplicemente le cose sono effettivamente più pesanti per tutti.

Forse ho bisogno di un cambiamento, forse ho bisogno di iniziare di nuovo a scrivere seriamente, ho bisogno di incanalare le energie in un nuovo progetto.

Ho bisogno di ritrovare il mio senso dell’umorismo.

Nell’attesa incanalo energie in torte di mele.

Ne ho fatta una un’ora fa e si sta raffreddando.

Nei gesti c’era molto di mio padre, appassionato di cucina e per una parte della sua vita, cuoco.

Oggi mescolavo uova e zucchero, pensavo alle sue mani abili fra pentole, casseruole e mestoli e avrei voluto che lui fosse lì con me.

Perfezionista, avrebbe trovato da ridire di sicuro sul risultato finale, ma di nascosto da me, ne avrebbe mangiato più di una fetta.

2 commenti

  • Alessandra

    Ancora una volta ci troviamo sulla stessa lunghezza d’onda, Caterina.
    E di nuovo, come se ci fosse un filo invisibile che ci collega, mi ritrovo a pensare anch’io al passato e a momenti trascorsi con i miei genitori, purtroppo entrambi persi.
    Credo sia un passaggio obbligato, umanamente parlando, questa fase che stiamo attraversando in tanti. A me, dopo un anno, manca tutto, a cominciare dal calore di un abbraccio, per finire con una progettualità che stento anche a ricordare potesse esistere prima della pandemia.
    Nebbia nella mia testa, macigno sul cuore. Io che ho sempre avuto mille interessi ed altrettante cose da fare, ora stento anche ad aprire un libro o a guardare un film. E non serve nemmeno mettersi a meditare e cercare di calmare l’ansia creata dai vuoti affettivi. Il tempo passa, ma in realtà sembra essersi cristallizzato. Tutto sembra aver perso senso.
    Restiamo in attesa, ma di cosa?
    Questa mattina, all’alba, provando a quietare i miei pensieri, ho ascoltato Mozart, nell’illusione che mio padre fosse lì con me a farmi compagnia e che mi dicesse di essere ansioso di assaggiare la pizza che stavo preparando.
    In un modo o nell’altro cerchiamo consolazione nei nostri ricordi.
    Credo che vada bene così.

  • Caterina

    Cara Alessandra, perché i ricordi devono essere così struggenti?
    E sono ricordi belli, intendiamoci.
    Non potrebbero evitare di lasciarci tutta questa malinconia?
    Malinconia per cose fatte, per cose non dette, per cose che magari potevano venir fatte in modo diverso, chissà…
    Forse non siamo bravi a fare i conti con la realtà e la nostra solitudine?
    Forza e coraggio cara, possiamo farcela.

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